about La predisposizione all’ascolto, il coltivare la memoria degli uomini giusti, l’esercizio vigile della ragione, il venire in chiaro rispetto ai fondamenti etici dei nostri comportamenti, sono anche gli strumenti più efficaci per prevenire nuove sopraffazioni, intolleranze, servitù che possono presentarsi sotto altre vesti, facendo leva su nuove suggestioni
DOMENICA SCORSA E' TERMINATA LA TRASMISSIONE REPORT , A MIO AVVISO L'UNICA ATTUALMENTE DEGNA DI ESSERE CONSIDERATA UNO SPAZIO LIBERO DI GIORNALISMO CORAGGIOSO E OBIETTIVO. ALLA REDAZIONE DEDICO QUESTA MIA POESIA.
DIFENDIAMO LA LIBERTA' DI STAMPA IN ITALIA E NEL MONDO!
"Alle 8, 25 minuti e 17 secondi, Little boy scivolò nell’aria. L’esplosione avrebbe dovuto verificarsi dopo quarantatré secondi, contai mentalmente fino a quarantatré e poi fu la luce, un lampo accecante che abbagliò 300.000 persone e cancellò dalla città ogni ombra, sin nei recessi più nascosti, escluso un solo edificio.
Alla luce seguì l’esplosione: solo a quaranta o cinquanta chilometri da Hiroshima fu possibile udirne il boato, per quelli più vicini si trasformò in silenzio. Il calore dai trecento ai novecentomila gradi liquefece i tetti delle case, annientò le persone fissando le loro ambre sull’asfalto a irrefutabile prova della scomparsa di un essere umano. A quattro chilometri da Hiroshima la gente sentì quel calore sul viso e ne ebbe la pelle ustionata. La raffica dell’esplosione si sprigionò dalla sfera di fuoco alla velocità di 1300 chilometri orari e, in un raggio di molti chilometri quadrati, le case ancora in piedi vennero sradicate dalle fondamenta.
Poi enormi gocce d’acqua color pece, prodotte dalla vaporizzazione dell’umidità, riportarono a terra la polvere radioattiva dispersa nell’atmosfera. Un vento infuocato rifluì verso il centro dell’esplosione a mano a mano che l’aria, al di sopra della città diventava più rovente. Dall’istante dell’esplosione erano passati solo otto minuti. Nel cielo, a undici miglia di distanza, due onde d’urto colpirono successivamente la superfortezza volante che aveva sganciato la bomba, scuotendola con violenza. Il mio compagno si volse a guardare indietro: "Dio mio, che abbiamo fatto!", fu il suo unico commento".
resoconto del pilota dell’aereo Enola Gay ritrovato nel diario di bordo
riguardante gli ultimi secondi dal lancio di "Little boy", il nome con cui
fu chiamato il primo ordigno nucleare usato nella storia contro obiettivi civili,
la prima bomba atomica, lanciata sulla cittadina giapponese di Hiroshima,
I sopravvissuti con le ferite delle radiazioni impresse nella carne e nell'anima sono ancora tanti a Hiroshima, che all'epoca dello scoppio contava 350 mila abitanti e che oggi, rinata, ne ha 1 milione e 200 mila. Ogni anno una media di circa 5.000 di loro muore, andandosi ad aggiungere alla lista delle vittime della bomba, arrivate quest'anno a 242 mila. Sono passati 60 anni e le tracce restano così indelebili che condannano ancora.
Anche il film per non dimenticare
Un sondaggio rivela: solo il 22% dei giovani conosce la matrice del massacro
In occasione del 25º anniversario della strage alla stazione del 2 agosto 1980 i familiari delle vittime arriveranno in massa a Bologna da tutta Italia, ma anche dall'estero ...02/08/2005 - 09:49 - Continua a leggere
Vi sono cartoline che sembrano provenire da un mondo antico eppure ancora intatto. Cartoline che parlano di mondi lontani e anche di tempi tanto lontani. Un mondo spazzato via e di cui ancora ad oggi qualcuno, che pur chiede l'ingresso in un'Unione democratica come l'Europa che ha riconosciuto quell'oltraggio e lo ha condannato, non vuole sentir parlare. Ricami che rimandano al V secolo e che disegnano tessiture di derivazione greca e trame di derivazione persiana. Bellissimi, composti, ordinati. Amo le lingue e le diverse "calligrafie".
Adesso quei ricami, pezzi di una memoria che appare innocua, dovrebbero davvero cominciare a risvegliare i ricordi, a spolverare quel mosaico di culture che era l'Armenia, prima che venisse perpetuato il primo genocidio della storia moderna, che non ebbe inizio da Auschwitz e dai fili spinati, ma da un'infinita marcia verso il nulla.
Gli Armeni abitavano nelle terre comprese fra l'attuale Turchia e il nord dell'Impero Persiano su fino alle cime del Caucaso. Che fosse eternamente frazionata e contesa tra molti grandi imperi, e continuamente devastata da orde di invasori, lo si intuisce per quella posizione geografica così preziosa che ne faceva quasi un porta d'oro di passaggio fra l'Oriente e l'Occidente. La colpa massima di questo popolo ridotto a vagare per il mondo e a conservare il diritto di restare nelle proprie terre soltanto in un numero di poco superiore a qualche migliaio, è stata quella di essere stata come lo è la forma della sua scrittura: un mosaico intarsiato di incroci culturali e religiosi apparentemente inconciliabili, primi al mondo come furono nel loro particolare abbraccio alla fede cristiana che li allontanò per sempre sia dall'Occidente di Roma, per sfumature teoretiche diverse, sia e soprattutto dai Paesi confinanti arabi di fede musulmana.
L'eliminazione sistematica ed atroce iniziò esattamente 90 anni fa, in quel 24 aprile 1915 che vide prima il disarmo coatto dell'esercito nazionale, riunito a forza in gruppi di lavoro ed eliminati di nascosto, e poi il palese arresto di oltre duemila armeni della ricca ed operosa intellighenzia che cancellò la presenza di questo popolo nella città di Costantinopoli. Un bando intimò la prossima deportazione armena verso il nulla, con le prime grandi colonne nelle quali gli uomini più validi venivano raggruppati e portati fuori dalle città per essere sterminati nelle modalità più brutali. Le stesse grandi colonne in bianco e nero davanti ai binari europei verso Auschwitz che il mondo ci ha fatto conoscere e davanti a cui ci ha fatto piangere e inorridire per tanta follia. Gli altri, le donne, i vecchi e i bambini esclusi dalle colonne degli uomini, venivano riuniti in altre file, lasciati senza cibo e acqua a marciare verso il deserto della Siria morendo a poco a poco, o bruciati vivi rinchiusi in caverne, o impalati, o caricati a bordo delle navi e poi fatti annegare.
Il consuntivo numerico di questo piano criminale risultò alla fine di 1.500.000 di armeni su 2 milioni in totale eliminati nelle manieri più atroci. Il 90% dell'Armenia storica rimane ancora sotto il controllo della Turchia che, oltre a non voler ammettere alcuna responsabilità riguardo al genocidio, rifiuta categoricamente la restituzione anche parziale dei territori da loro occupati. Il genocidio armeno è stato riconosciuto come realtà storica di cui la Turchia dovrà farsi carico in diverse sedi, soprattutto perché il nazionalismo fanatico turco, dopo essersi abbattuto sul popolo armeno, si è sfogato anche contro un’altra minoranza etnica stanziata all’interno dei suoi confini, quella curda, già vittima in passato di soprusi ed angherie turche più o meno celate dalla Storia.
Di fronte a tale volontà genocida perpetuata in più epoche il mondo democratico dovrebbe interrogarsi in vista dell'avvio il prossimo ottobre del negoziato fra la Turchia e l'Unione Europea, o anche solo fermarsi in silenzio a pensare, a rispettare. Una volontà, si, come quella per la creazione della razza ariana, perché non si trattò di uno stato contro un altro, non di una guerra combattuta, non di una disputa economica o politica, ma di una precisa volontà di sterminio, di annientamento, di eliminazione di una razza. A Kemal Atathurk, uno dei resposabili di quel massacro, è intitolata a Roma perfino una via.. E il confine tra Turchia e Armenia è chiuso dal 1993 e tra le rispettive capitali non esistono relazioni diplomatiche per volere del governo turco.
Quasi ogni anno, nel primo pomeriggio d'estate, la Rai infila nel suo scalcinato palinsesto di giochini stupidi e di varietà senza buon gusto, una poesia cinematografica poco nota di un regista francese, Henri Verneuil, dal titolo Rue Paradis che racconta la storia di una famiglia armena rifugiatasi in Francia per sfuggire lo sterminio. Che tali passaggi avvengano ancora, dopo 90 anni, nel primo pomeriggio dell'estate assolata che registra sempre in basse cifre il numero di coloro che a quell'ora e in quel tempo dell'anno di sole e vacanze abbiano la testa e il tempo di sfogliare la guida tv, - è una cosa che davvero fa pensare, o che dovrebbe far pensare. Gli Armeni chiamano quella follia "Medz Yeghern", il Grande Male. Perché un grande male è che un omaggio e un ricordo anche solo cinematografico del primo genocidio della storia moderna venga ancora testardamente occultato dai responsabili alla vigilia della loro richiesta d'ingresso in quella che chiamano democrazia, e che la rete televisiva di un presunto stato democratico scelga di ricordarne i contorni solo in un palinsesto vuoto e dal suono amaro e stanco di una cicala fra il grano dell'estate deserta.
27 gennaio, giornata della memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.
Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra. Il treno viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti. Dalla feritoia, vedemmo sfilare le alte rupi pallide della Val d'Adige, gli ultimi nomi di città italiane. Passammo il Brennero alle dodici del secondo giorno, e tutti si alzarono in piedi, ma nessuno disse parola. [...] ... e mi guardai intorno, e pensai quanti, fra quella povera polvere umana, sarebbero stati toccati dal destino. Fra le quarantacinque persone del mio vagone, quattro soltanto hanno rivisto le loro case; e fu di gran lunga il vagone più fortunato. [...] Venne a un tratto lo scioglimento. La portiera fu aperta con fragore, il buio echeggiò di ordini stranieri, e di quei barbarici latrati dei tedeschi quando comandano, che sembrano dar vento a una rabbia di secoli. [...] In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora nè dopo: la notte li inghittì, puramente e sempicemente. [...] ... sappiamo che nei campi rispettivamente di Buna-Monowitz e Birkenau, non entrarono, del nostro convoglio, che novantasei uomini e ventinove donne, e che di tutti gli altri, in numero di più di cinquecento, non uno era vivo due giorni più tardi. [...] Emersero invece nella luce dei fanali due drappelli di strani individui. Camminavano inquadrati, per tre, con un curioso passo impacciato, il capo spenzolato in avanti e le braccia rigide. In capo avevano un buffo berrettino, ed erano vestiti di una lunga palandrana a righe, che anche di notte e di lontano si indovinava sudicia e stracciata. [...] Noi ci guardavamo senza parola. Tutto era incomprensibile e folle, ma una cosa avevamo capito. Questa era la metamorfosi che ci attendeva. Domani anche noi saremmo diventati così. [...] Poi l'autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi. [...] Questo è l'inferno. Oggi ai nostri giorni, l'inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c'è un rubinetto che gocciola e l'acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. [...] Entrano con violenza quattro con rasoi, pennelli e tosatrici, hanno pantaloni e giacche a righe, un numero cucito sul petto; forse sono della specie di quegli altri di stasera( stasera o ieri sera?) [...] Riceveremo scarpe e vestiti, no, non i nostri; ora siamo nudi perchè aspettiamo la doccia e la disinfezione, le quali avranno lugo subito dopo la sveglia, perchè in campo non si entra se non si è fatta la disinfezione. [...] Alla campana, si è sentito il campo buio ridestarsi. Improvvisamente l'acqua è scaturita bollente dalle docce, cinque minuti di beatitudine; ma subito dopo irrompono quattro (forse sono i barbieri) che, bagnati e fumanti, ci cacciano con urla e spintoni nella camera accanto, che è gelida; qui altra gente ci butta addosso non so che stracci, e ci schiaccia in mano un paio di scarpacce a suola di legno, non abbiamo tempo di comprendere e già ci troviamo all'aperto, sulla neve azzurra e gelida dell'alba, e scalzi e nudi, con tutto il corredo in mano... [...] Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare lo sguardo l'uno sull'altro. Non c'è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. [...] In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. [...] Noi sappiamo che che in questo difficilmente saremo compresi, ed è un bene che così sia. [...] Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poichè accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana: nel caso più fortunato, in base a un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine "Campo di annientamento", e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.
...ho imparato che io sono un Haftling. Il mio nome è 174 517.
(Primo levi - Se questo è un uomo - Einaudi, Torino, 1989)
Tra le pagine di uno dei tanti libri presenti nella vasta biblioteca di casa, nella sezione che tratta gli orrori amplificati e gli orrori dimenticati della guerra e del dopoguerra del ‘45, mia madre conserva una lettera scritta per lei con una calligrafia elegante ed antica. A inviargliela, un’anziana, minuta e distinta signora austriaca che fino a pochi mesi fa è vissuta a pochi chilometri dalla nostra città e che per tantissimi anni ha percorso in lungo e in largo l’Italia nelle sale e nell’aula magna di ogni scuola di ordine e grado e gremite fino all’inverosimile col suo racconto semplice e drammatico di compagna di prigionia di Anna Frank e di ebrea sopravvissuta nel lager di Auschwitz.
Elisa Springer, spentasi in settembre, era nata a Vienna nel 1918 in una famiglia di commercianti ebrei di origine ungherese. A 26 anni sprofondò nell'abisso della follia nazista: per sfuggire all’ondata di persecuzione nazista contro gli ebrei d’Europa, si rifugiò con la sua famiglia in Italia nel 1940. Denunciata alle SS da una donna italiana, venne arrestata a Milano e deportata ad Auschwitz il 2 agosto 1944, patì i trasferimenti a Bergen Belsen, il campo dove Anna Frank trovò la morte, e poi Buchenwald e infine Theresin. Il campo di Theresin fu liberato dai russi solo tre giorni prima della data designata per la sua fine, e tornò a vivere in Italia. La sua vita si normalizzò col matrimonio e con la nascita di un figlio, e passò il resto della sua esistenza in un piccolo centro in provincia di Taranto. Per oltre 50 anni la sua storia è caduta nel silenzio assoluto: nessuno sapeva veramente di lei e del suo passato, e il numero A-24020 tatuato sull’avambraccio sinistro usava coprirlo con un piccolo cerotto, con la paura di sentirsi diversa, osservata da chi, non potendo comprendere a pieno il significato di quell'esperienza, rispondeva con scherno e indifferenza. Spinta dal figlio desideroso di capire, comprendere e conoscere, cominciò a dar voce al suo “silenzio” di dentro, alla sua sofferenza, al dramma umano dello spietato orrore nazista, e ritrovò piano le parole che sembravano perdute. Da quel momento in poi, si è dedicata a raccontare alle giovani generazioni ciò che accadde e che non dovrà accadere più. I ragazzi delle scuole usavano circondarla col loro silenzio attento ad ogni sfumatura della sua voce, timida e sofferente all’inizio e poi via via sempre più nitida e sicura, rafforzata da quella marea umana di giovani, dei suoi giovani “germogli del domani”, diceva, desiderosi di capire e di non dar più seguito a quella parte orrenda della storia:
“Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l'unico modo per sperare che quell'indicibile orrore non si ripeta, è l'unico modo per farci uscire dall'oscurità. E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch'io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere. Un mondo in cui, uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola Libertà”
Le vicende e la dolcezza di Elisa Springer continueranno a colpirmi non soltanto per la sua instancabile opera di memoria della barbarie raccontata oltre che nei suoi due libri soprattutto nelle scuole, ma anche per l’universalità e la totale empatia della natura del dramma contro la dignità dell’uomo al di là di ogni fede e bandiera. La scrittrice viennese conobbe una signora di nome Helga Schneider nel corso di una conferenza. La madre l’aveva abbandonata all’età di cinque anni per farsi carnefice al servizio di Hitler e arruolarsi nelle SS, diventando prima ausiliaria e poi guardiana nei campi femminile di Ravensbruck e Auschwitz-Bierkenau. Sua zia invece era stata collaboratrice di Goebbles, braccio destro di Hitler. Le frequenti telefonate ricevute da Helga Schneider, che vive in Italia dal 1963 e autrice fra l’altro di due intensi memoriali editi da Adelphi (Il rogo di Berlino e il toccante Lasciami andare, madre), furono da lei sempre ben accolte. Così la lettera breve di mia madre, figlia di un deportato nelle foibe di cui non si è più saputo nulla: la risposta puntuale e immediata della Springer ci lasciò senza fiato e pieni di commozione, perché non fu mero racconto delle follie naziste contro gli ebrei, ma un’intensa comprensione di un dramma privato terribile quanto il suo, lei che viveva a pochi passi da noi e che aveva conosciuto orrori non diversi.
La Schneider, la Springer e mia madre: tre diverse risultanti senza colpa vittime parallele di crudeltà dettate dalla cultura dell’odio, vittime che tra loro hanno condiviso il silenzio annientante comunicando con lettere e con conversazioni al telefono che resteranno nella memoria.
Elisa Springer è stata autrice di un altro intenso libro di memorie: a Il silenzio dei vivi è seguita una sorta di naturale appendice dal titolo L’eco del silenzio: la Schoah raccontata ai giovani, pubblicato l’anno scorso sempre dalla casa editrice Marsilio e diventato un punto di riferimento prezioso nelle scuole per spiegare cosa fu l’Olocausto e per instillare nei figli del domani il coraggio e la forza di essere contro la violenza e la sopraffazione della cieca follia umana che distrugge l’uomo e che ne fa a pezzi la sua dignità. Entrambi i libri sono inni alla forza della vita, con parole scandite che non lasciano alcun spazio all'indifferenza. Due lucidissimi ricordi di una vita dominata dal silenzio, il proprio silenzio. E due libri toccanti e profondi che sono testimonianza di un passato da far conoscere, da non rimuovere mai, e che suona come una dolorosa eco delle follie del presente intriso di una cultura dell'odio non diversa raccontata in diretta mentre increduli e inorriditi accendiamo la nostra tv.
“1° novembre 1995: sono tornata ad Auschwitz. Ho rivisto i reticolati, le torrette, quel che resta dei forni crematori e le baracche, dove ci raccoglievamo tremanti. Ho risentito, nel silenzio assoluto di oggi, le voci e le invocazioni di ieri. Ho capito che non bastano cinquant’anni, per cancellare il ricordo di un crimine così grande”.
Mi ha emozionato molto leggere i ricordi che Etty e Menelao, hanno lasciato nei commenti al mio post sullo zio Renato. Belli perchè sono storie di persone che non verranno mai citate sui libri di storia ma che hanno vissuto e fatto la storia, come diceva De Gregori. Quella parte di storia italiana che molti di noi si portano dentro per il dolore e per i valori che ne sono nati, difendendola dai revisionismi e dall'oblio. Quella storia che come dice giustamente Bassista, deve continuare a vivere nella memoria, attraverso la testimonianza che si tramanda, perchè solo così la possiamo difendere dalla nebbia che alcuni vorrebbero far calare sui distratti. E poi Monica, sempre nei commenti, mi ricorda che il 27 gennaio sarà la 5° giornata dedicata alla memoria dei tanti deportati nei campi di sterminio: ebrei, zingari e persone che si opponevano ad un regime di miseria terrore e di morte (e continuo a non citare a caso queste parole). Così ho pensato che sarebbe stato bello, passeggiare virtualmente quel giorno nella memoria di ognuno di noi. Leggere storie, racconti o ricordi di quel periodo a cui ognuno di noi è legato in qualche modo. Non solo derivanti da un'esperienza o un racconto diretto, di famiglia, ma anche solo perchè le storie e i protagonisti incontrati magari per caso su un libro o su una targa commemorativa, ci hanno lasciato qualcosa dentro. Perchè sono storie nostre, realmente accadute qui in Italia. Ecco sarebbe bello se qualche blogger il 27 gennaio raccontasse il suo pezzettino di memoria sul suo blog e lo unisse con il leggero filo del link ad altri blog, fino a creare una catena o meglio un sentiero da percorrere, per chi non ha voglia di dimenticare.
Fa male. Fa ancora male pensare a Pippo Fava. Non ho mai scritto di lui, dopo la sua morte. Prima ho pubblicato soltanto un'intervista che a lui era molto piaciuta. Venne a prendere il giornale al mio ufficio. di Ida Sconzo, pubblicato il 28 febbraio 2004 - 681 letture
Fa male. Fa ancora male pensare a Pippo Fava. Non ho mai scritto di lui, dopo la sua morte. Prima ho pubblicato soltanto un'intervista che a lui era molto piaciuta. Venne a prendere il giornale al mio ufficio. "Mi hanno detto che hai scritto cose bellissime su di me" mi disse, era contento e a me sembrava un miracolo che il mio grande direttore, il mito della mia adolescenza, fosse venuto di persona a chiedere il mio articolo.
Oggi posso dirlo: era "anche" il mio direttore. Anzi è stato il mio "unico" direttore, di tutti gli altri non mi è mai importato. Pippo Fava era un direttore diverso, anche da tutti gli altri giornalisti e da quelli che, sulla sua morte, hanno costruito carriere e successi. Nel nostro paese si usa odiare molto i vivi per poi amarli, mitizzarli, usarli, dopo la morte.
La verità ha sempre due facce, come tutte le medaglie. Solo con gli anni, le esperienze e le sofferenze, si impara che le persone che più ti amano sono le stesse che più ti fanno soffrire, che le cose più belle delle vita sono, al tempo stesso, le più difficili e così via.
Pippo, a differenza degli altri giornalisti catanesi, non pretendeva di essere chiamato "dottore" e nemmeno "direttore". Voleva che lo chiamassimo "Pippo" e fu la prima cosa "strana" che notai.
Io lo amavo, e scusate la prima persona, ma lo amavo da ragazzina, senza conoscere altro che i suoi articoli e la sua firma. Lo amavo già tantissimo e non sapevo com'era la sua faccia. Dopo vent'anni lo posso dire, senza paura di speculare sulla sua morte, di usare il suo nome per fare carriera. Lo amavo come tanti e Turi Ragonese, il fotoreporter che aveva lavorato in coppia con lui per tanti anni, diceva: "Siete tutti innamorati del direttore". Era vero.
Andai alla redazione del Giornale del Sud, il quotidiano che fondò e diresse prima de "I Siciliani", per offrire la mia collaborazione. Il giornale non usciva ancora. Venne ad aprirmi un tizio in jeans e maglione, capelli lunghi e barba, poi tornò a sedersi al centralino e armeggiare con il telefono. Mi chiese di fargli accendere una sigaretta senza filtro. Parlai con Giovanna Quasimodo che, dopo alcuni giorni, mi presentò al direttore: jeans, barba lunga e maglione rosso, credo.
Pippo riusciva a farsi amare da tutti. qualcuno si incazzava ma, il suo sguardo, al di sopra degli occhiali, era irresistibile. Veniva nella stanza della cronaca. Si sedeva di fronte a me, allungava i piedi sulla mia scrivania e mi chiedeva una sigaretta. Non ho mai più conosciuto un direttore così. Una volta comprai un vaso da fiori cinese, lo misi sulla sua scrivania. Ogni giorno rubavo un fiore, un fiore diverso, ai cancelli delle ville vicine. Forse non ha mai saputo che lo mettevo io.
Dopo ricordo la sera del 5 gennaio 1984. Ero incinta di sette mesi. Mia figlia non l'ha mai conosciuta. Turi Ragonese, che lo ha raggiunto da pochi mesi, rispose al telefono con la voce strozzata. In agenzia scelsi io le foto quella sera, le fotografie che gli aveva fatto un amico, dopo un torneo di tennis al circolo della Stampa. Stringeva in mano una coppa e rideva. Scelsi le foto da inviare all'ANSA e alle altre agenzie. Qualcuno era riuscito a rubare una foto sul tavolo dell'obitorio, ma nessuno la pubblicò.
Ricordo i funerali con poche persone. In tanti si tenevano alla larga, fuori dalla chiesa, in piazza della Guardia. Nessun politico, nessun rappresentante cittadino. Sono passati vent'anni e il dolore è uguale, e non ho voglia di scrivere di mafia, di azzardare teoremi. Vorrei soltanto dire che gli eroi morti non servono a nessuno e può sembrare vigliaccheria ma è amore. E' solamente amore.
Il 12 dicembre 1969, alle ore 16.30, la Banca Nazionale dell’Agricoltura sita in Piazza Fontana a Milano, è lacerata dallo scoppio di un ordigno che causa la morte di 16 persone e il ferimento di altre 88. Quello stesso giorno nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in Piazza della Scala, viene scoperta una bomba inesplosa. Sempre il 12 dicembre esplodono a Roma altri tre ordigni con un bilancio approssimativo di 17 feriti. Nelle ore successive agli attentati sono perquisite le sedi di tutte le organizzazioni anarchiche e dell’estrema sinistra, le quali porteranno agli arresti dei militanti del gruppo anarchico 22 Marzo tra le cui fila compaiono Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Pinelli morirà tre giorni più tardi cadendo da una finestra della questura di Milano, dove gli uomini del commissario Calabresi lo stavano interrogando. La sua morte verrà archiviata come un suicidio. Valpreda sarà invece riconosciuto come l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana sulla testimonianza di Mario Merlino e di un tassista semi alcolizzato che afferma di aver condotto personalmente il Valpreda sul luogo della strage. Nel frattempo a Padova un commerciante dichiara ai Carabinieri che le borse degli attentati, alcune delle quali ritrovate ancora con le etichette del negozio, erano state vendute presso il suo esercizio la sera del 10 dicembre; il verbale della sua testimonianza è datato 15 dicembre 1969 ed è inviato il giorno stesso alla questura di Milano, di Roma e al Ministero degli Interni, ma qualcuno si occupa di farla sparire immediatamente. Alcuni anni più tardi viene accusato di “intralcio alla giustizia” il vice capo della Polizia di Milano Elvio Catenacci.
Esattamente 75 anni fa, il 23 agosto 1927, alle ore 0,19 veniva giustiziato sulla sedia elettrica Nicola Sacco. Alle 0,26 toccava a Bartolomeo Vanzetti subire lo stesso destino. Ma la storia di Sacco e Vanzetti, i due emigrati italiani accusati negli Stati Uniti di aver preso parte ad una rapina uccidendo un cassiere e una guardia nonostante le prove evidenti della loro innocenza, non si chiudeva con la loro esecuzione.
MARTIRI RIABILITATI
- Una storia di ordinaria ingiustizia, che divenne qualcosa di più grande e simbolico. Come lo stesso Bartolomeo Vanzetti comprese, quando rivolgendosi alla giuria che lo condannò alla pena di morte, disse: «Mai vivendo l'intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini». Il destino dei due anarchici italiani, capri espiatori di