about
La predisposizione all’ascolto, il coltivare la memoria degli uomini giusti, l’esercizio vigile della ragione, il venire in chiaro rispetto ai fondamenti etici dei nostri comportamenti, sono anche gli strumenti più efficaci per prevenire nuove sopraffazioni, intolleranze, servitù che possono presentarsi sotto altre vesti, facendo leva su nuove suggestioni

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martedì, marzo 04, 2008
 
L'Italia che non si desta..



"Tutte sciocchezze.

Io in
Italia ci
________________________benissimo.."
scritto da BESTIO | 11:38 | commenti Torna in plancia


venerdì, settembre 15, 2006
 
 

A volte ritornano.

sottotitolo: Tutt' a' Post

Quando muore qualcuno
Non è mai motivo di gioia
 
Quando muore qualcuno
Non è mai motivo di gioia
 
Quando muore qualcuno
Non è mai motivo di gioia
 
Oriana Fallaci è morta.
 
Dovrebbero invece morire
Le parole d’odio
 
Scritte in bella forma
O sgrammaticate
 
Urlate e recensite
O sussurrate e occulte
 
Dovrebbero sparire
I gulag i guantanamo
 
Invece piove sangue
Sulla Terra
 
Che accoglie tutti
e imparzialmente
Ingrassa ..
 
E sboccia un fiore anche dove
In vita non si è mai capito Amore.
 
riposa in pace anche tu.
scritto da BESTIO | 13:07 | commenti Torna in plancia


martedì, dicembre 13, 2005
 

LA VITA NON E' UN FILM (?)
(ALLORA DIMOSTRAMELO.. )

In Messico sembra si compissero sacrifici umani, per propiziarsi gli Dei, e tenere il popolo sottomesso
e asservito ai potenti..

Che selvaggi!

13/12/2005 San Quentin, ora italiana 9.35
"Tookie" Williams
è stato giustiziato
..LA DIRETTA ...


                    ..22 minuti di agonia..

..Ed ora, prepariamoci al Santo Natale.

scritto da BESTIO | 11:03 | commenti Torna in plancia


martedì, novembre 22, 2005
 
 

NELL'OCCHIO

[del ciclone]

Calma piatta, ma apparente

questa vita scorre in piano

mentre intorno l'apparenza

tutto inganna...

non ti guarda mai negli occhi

la realtà

cola, filtra dallo schermo e scende giù

come sangue

come melma

come sugo sul tuo mento...

quante stelle sai contare

prima che ne perdi il filo?

 Quante lacrime versare

per la morte vista in tele?

non ho tempo,

non ho tempo

NON HO TEMPO

mi dispiace

ecco la pubblicità

asciughiamoci quel mento

non è bello lo spettacolo

via sù un po di civiltà

passa il sale

versa il vino

e sorridi

dai cretino...

non sei neanche tra i dispersi

scrivi scrivi

scrivi versi

dolci

liquidi

perversi

siamo vivi

vivi e al centro

di quest'area assai protetta

non si muove mai una foglia

noi restiamo sulla soglia

della vita vera, viva 

facciam scorrer tra le dita

il rosario che si sgrana

ogni chicco un uomo muore

tieni il conto delle ore...

Bestio

DOMENICA SCORSA E' TERMINATA LA TRASMISSIONE REPORT
,
A MIO AVVISO L'UNICA ATTUALMENTE DEGNA DI ESSERE CONSIDERATA
UNO SPAZIO LIBERO DI GIORNALISMO CORAGGIOSO E OBIETTIVO.
ALLA REDAZIONE DEDICO QUESTA MIA POESIA.

DIFENDIAMO LA LIBERTA' DI STAMPA IN ITALIA E NEL MONDO!

scritto da BESTIO | 12:33 | commenti Torna in plancia


martedì, ottobre 11, 2005
 

MEXICO

______________________di ritorno..._______________________

please wait . . .

scritto da BESTIO | 09:50 | commenti Torna in plancia


mercoledì, agosto 10, 2005
 

Finalmente trovati e identificati, a quasi 1 anno dalla sua barbara uccisione in Iraq, i resti di

Enzo Baldoni

Ciao Enzo



sabato, agosto 06, 2005
 


"Alle 8, 25 minuti e 17 secondi, Little boy scivolò nell’aria. L’esplosione avrebbe dovuto verificarsi dopo quarantatré secondi, contai mentalmente fino a quarantatré e poi fu la luce, un lampo accecante che abbagliò 300.000 persone e cancellò dalla città ogni ombra, sin nei recessi più nascosti, escluso un solo edificio.
Alla luce seguì l’esplosione: solo a quaranta o cinquanta chilometri da Hiroshima fu possibile udirne il boato, per quelli più vicini si trasformò in silenzio. Il calore dai trecento ai novecentomila gradi liquefece i tetti delle case, annientò le persone fissando le loro ambre sull’asfalto a irrefutabile prova della scomparsa di un essere umano. A quattro chilometri da Hiroshima la gente sentì quel calore sul viso e ne ebbe la pelle ustionata. La raffica dell’esplosione si sprigionò dalla sfera di fuoco alla velocità di 1300 chilometri orari e, in un raggio di molti chilometri quadrati, le case ancora in piedi vennero sradicate dalle fondamenta.
Poi enormi gocce d’acqua color pece, prodotte dalla vaporizzazione dell’umidità, riportarono a terra la polvere radioattiva dispersa nell’atmosfera. Un vento infuocato rifluì verso il centro dell’esplosione a mano a mano che l’aria, al di sopra della città diventava più rovente. Dall’istante dell’esplosione erano passati solo otto minuti. Nel cielo, a undici miglia di distanza, due onde d’urto colpirono successivamente la superfortezza volante che aveva sganciato la bomba, scuotendola con violenza. Il mio compagno si volse a guardare indietro: "Dio mio, che abbiamo fatto!", fu il suo unico commento".

resoconto del pilota dell’aereo Enola Gay ritrovato nel diario di bordo
riguardante gli ultimi secondi dal lancio di "Little boy", il nome con cui
fu chiamato il primo ordigno nucleare usato nella storia contro obiettivi civili,
la prima bomba atomica, lanciata sulla cittadina giapponese di Hiroshima,


I sopravvissuti con le ferite delle radiazioni impresse nella carne e nell'anima sono ancora tanti a Hiroshima, che all'epoca dello scoppio contava 350 mila abitanti e che oggi, rinata, ne ha 1 milione e 200 mila. Ogni anno una media di circa 5.000 di loro muore, andandosi ad aggiungere alla lista delle vittime della bomba, arrivate quest'anno a 242 mila. Sono passati 60 anni e le tracce restano così indelebili che condannano ancora.





giovedì, agosto 04, 2005
 


martedì, agosto 02, 2005
 
Anche il film per non dimenticare
Un sondaggio rivela: solo il 22% dei giovani conosce la matrice del massacro
In occasione del 25º anniversario della strage alla stazione del 2 agosto 1980 i familiari delle vittime arriveranno in massa a Bologna da tutta Italia, ma anche dall'estero ...


lunedì, luglio 25, 2005
 

              STANCO, SONO STANCO.

MA NON SI PUO' TENERE TUTTO DENTRO. E' PEGGIO

scritto da BESTIO | 12:55 | commenti (1) Torna in plancia


domenica, aprile 24, 2005
 

Medz Yeghern:

a 90 anni dal Grande Male contro l'Armenia

Vi sono cartoline che sembrano provenire da un mondo antico eppure ancora intatto. Cartoline che parlano di mondi lontani e anche di tempi tanto lontani. Un mondo spazzato via e di cui ancora ad oggi qualcuno, che pur chiede l'ingresso in un'Unione democratica come l'Europa che ha riconosciuto quell'oltraggio e lo ha condannato, non vuole sentir parlare. Ricami che rimandano al V secolo e che disegnano tessiture di derivazione greca e trame di derivazione persiana. Bellissimi, composti, ordinati. Amo le lingue e le diverse "calligrafie".
Adesso quei ricami, pezzi di una memoria che appare innocua, dovrebbero davvero cominciare a risvegliare i ricordi, a spolverare quel mosaico di culture che era l'Armenia, prima che venisse perpetuato
il primo genocidio della storia moderna, che non ebbe inizio da Auschwitz e dai fili spinati, ma da un'infinita marcia verso il nulla.  
Gli Armeni abitavano nelle terre comprese fra l'attuale Turchia e il nord dell'Impero Persiano su fino alle cime del Caucaso. Che fosse eternamente frazionata e contesa tra molti grandi imperi, e continuamente devastata da orde di invasori, lo si intuisce per quella posizione geografica così preziosa che ne faceva quasi un porta d'oro di passaggio fra l'Oriente e l'Occidente. La colpa massima di questo popolo ridotto a vagare per il mondo e a conservare il diritto di restare nelle proprie terre soltanto in un numero di poco superiore a qualche migliaio, è stata quella di essere stata come lo è la forma della sua scrittura: un mosaico intarsiato di incroci culturali e religiosi apparentemente inconciliabili, primi al mondo come furono nel loro particolare abbraccio alla fede cristiana che li allontanò per sempre sia dall'Occidente di Roma, per sfumature teoretiche diverse, sia e soprattutto dai Paesi confinanti arabi di fede musulmana.
L'eliminazione sistematica ed atroce iniziò esattamente 90 anni fa, in quel 24 aprile 1915 che vide prima il disarmo coatto dell'esercito nazionale, riunito a forza in gruppi di lavoro ed eliminati di nascosto, e poi il palese arresto di oltre duemila armeni della ricca ed operosa intellighenzia che cancellò la presenza di questo popolo nella città di Costantinopoli. Un bando intimò la prossima deportazione armena verso il nulla, con le prime grandi colonne nelle quali gli uomini più validi venivano raggruppati e portati fuori dalle città per essere sterminati nelle modalità più brutali. Le stesse grandi colonne in bianco e nero davanti ai binari europei verso Auschwitz che il mondo ci ha fatto conoscere e davanti a cui ci ha fatto piangere e inorridire per tanta follia. Gli altri, le donne, i vecchi e i bambini esclusi dalle colonne degli uomini, venivano riuniti in altre file, lasciati senza cibo e acqua a marciare verso il deserto della Siria morendo a poco a poco, o bruciati vivi rinchiusi in caverne, o impalati, o caricati a bordo delle navi e poi fatti annegare.
Il consuntivo numerico di questo piano criminale risultò alla fine di 1.500.000 di armeni su 2 milioni in totale eliminati nelle manieri più atroci.
Il 90% dell'Armenia storica rimane ancora sotto il controllo della Turchia che, oltre a
non voler ammettere alcuna responsabilità riguardo al genocidio, rifiuta categoricamente la restituzione anche parziale dei territori da loro occupati. Il genocidio armeno è stato riconosciuto come realtà storica di cui la Turchia dovrà farsi carico in diverse sedi, soprattutto perché il nazionalismo fanatico turco, dopo essersi abbattuto sul popolo armeno, si è sfogato anche contro un’altra minoranza etnica stanziata all’interno dei suoi confini, quella curda, già vittima in passato di soprusi ed angherie turche più o meno celate dalla Storia.
Di fronte a tale volontà genocida perpetuata in più epoche il mondo democratico dovrebbe interrogarsi in vista dell'avvio il prossimo ottobre del negoziato fra la Turchia e l'Unione Europea, o anche solo fermarsi in silenzio a pensare, a rispettare. Una volontà, si, come quella per la creazione della razza ariana, perché non si trattò di uno stato contro un altro, non di una guerra combattuta, non di una disputa economica o politica, ma di una precisa volontà di sterminio, di annientamento, di eliminazione di una razza. A Kemal Atathurk, uno dei resposabili di quel massacro, è intitolata a Roma perfino una via.. E il confine tra Turchia e Armenia è chiuso dal 1993 e tra le rispettive capitali non esistono relazioni diplomatiche per volere del governo turco.
Quasi ogni anno, nel primo pomeriggio d'estate, la Rai infila nel suo scalcinato palinsesto di giochini stupidi e di varietà senza buon gusto,
una poesia cinematografica poco nota di un regista francese, Henri Verneuil, dal titolo Rue Paradis che racconta la storia di una famiglia armena rifugiatasi in Francia per sfuggire lo sterminio. Che tali passaggi avvengano ancora, dopo 90 anni, nel primo pomeriggio dell'estate assolata che registra sempre in basse cifre il numero di coloro che a quell'ora e in quel tempo dell'anno di sole e vacanze abbiano la testa e il tempo di sfogliare la guida tv, - è una cosa che davvero fa pensare, o che dovrebbe far pensare. Gli Armeni chiamano quella follia "Medz Yeghern", il Grande Male. Perché un grande male è che un omaggio e un ricordo anche solo cinematografico del primo genocidio della storia moderna venga ancora testardamente occultato dai responsabili alla vigilia della loro richiesta d'ingresso in quella che chiamano democrazia, e che la rete televisiva di un presunto stato democratico scelga di ricordarne i contorni solo in un palinsesto vuoto e dal suono amaro e stanco di una cicala fra il grano dell'estate deserta.
 



lunedì, marzo 21, 2005
 

Inarrestabile strada.

 

..loro camminano avanti a noi

Falcone, Borsellino e tutti quelli

che lottano o solo resistono

ad una sistematica violenza

a un ordine perverso e delinquente..

 

Ci fanno strada, ed è un cammino

che nessun tritolo può sgretolare

nessuna arma può fermare

nessuna gola può ghermire e rendere silente…

 

Parliamone, che serve

diciamolo, che vale

viviamolo ogni giorno sulla pelle

l’insofferenza di chi è giusto urla

e noi urliamo, diamo voce all’uomo

 

Se il capo volti troppo spesso altrove,

quando ti premeranno il tuo, la faccia al muro

la forza non avrai di replicare

non siamo pochi, non siamo soli

e tutto quello che si fa ha un senso..

 

Se la speranza era che scordassimo

calcolo più sbagliato non esiste

ché la speranza è solo degli onesti

e non da scampo a chi la volle schiava.

 

A Falcone, a Borsellino, e a tutti quelli che

non arrivano in prima pagina ma sono un esempio quotidiano

di quello che si deve fare,

in questo mondo,

per renderlo migliore.

scritto da BESTIO | 09:07 | commenti (4) Torna in plancia


martedì, marzo 15, 2005
 

STRAGI NAZI FASCISTE / PER LA PRIMA VOLTA LA VERITA' SU COLPEVOLI E INSABBIAMENTI

S. Anna di STAZZEMA. Fossoli. Cefalonia. Spunta il registro degli orrori. Con i nomi degli assassini celati per 50 anni. In nome della ragion di Stato

di Franco Giustolisi

http://www.eccidi1943-44.toscana.it/stampa/espresso_011109/armadio_della_vergogna.htm



venerdì, febbraio 18, 2005
 

                     

L’odio è senza frontiere.

È cieco, spara nel mucchio

e spesso sbaglia obiettivo

colpendo innocenti.

O addirittura amici.

 

Donne e uomini che hanno dedicato

gran parte della loro vita

a perseguire un ideale di pace,

di giustizia, di verità.

 

Persone come noi,

che non hanno superpoteri,

uomini e donne che se li torturi

 

gemono

soffrono

sanguinano

muoiono.

 

Io vorrei avere il tuo coraggio,

Giuliana,

vorrei almeno donarti un giorno della mia vita,

credo tu lo meriti.

 

Se qualcuno crede che sia retorica

si sbaglia.

 

Lo farei davvero,

e me ne fotto di te,

e dei tuoi pensieri, delle tue illazioni,

non c’è più tempo da sprecare

a convincerti che esistono donne e uomini

che meritano un giorno della nostra vita

perché la loro vita l’hanno spesa un po’

anche per te, e per un sogno,

un ideale, un domani migliore per tutti.

 

Grazie, Giuliana.

 

scritto da BESTIO | 15:42 | commenti (2) Torna in plancia


giovedì, febbraio 10, 2005
 

10 febbraio 2005

I° Giornata del Ricordo

Per la prima volta dopo 58 anni,

lo Stato Italiano ricorda le vittime delle FOIBE e l'esodo istriano, fiumano e dalmata

clicca qui



giovedì, gennaio 27, 2005
 

IL FILO DELLA MEMEORIA

27 gennaio, giornata della memoria  in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

Dolittle : http://aquiloneblu.splinder.com/1106767968#3916981
Stufa: http://stufa.splinder.com
The Gatta: http://thegatta.splinder.com/1106534616#3893694
Troppoditutto:  http://abstractruth.splinder.com/1106791696#3919439
Stepa: http://stepa.splinder.com
Barone: http://baronerosso.splinder.com/1106777686#3918404
Menelao: http://ilgiuncomormorante.splinder.com
Etty: http://viaggidaquilone.splinder.com
Alp: http://maqrolldeibattelli.splinder.com/1106516537#3892504
Pattinando: http://virtualblog.splinder.com/1106733543#3911699
Onelonleyknight: http://supergulp.splinder.com/post/3918904
Virgo960: http://virgo960.splinder.com/1106702332#3910541
Colfavoredellenebbie: http://colfavoredellenebbie.splinder.com
Fiorile: http://nostalgiadifuturo.iobloggo.com
Bassista: http://bassista.splinder.com/1106817080#3920394
Momi: http://quellachenonsei.splinder.com/1106819514#3920728
319: http://319.splinder.com/1106781370#3918845
Caprette tibetane: http://caprettetibetane.splinder.com/1106779632#3918660
Cicabu: http://cicabu.splinder.com
Carnesalli: http://carnesalli.splinder.com/1106813055#3919894
Harmonia: http://www.ahimsa.splinder.com/1106644016#3902677
Lam: http://mutevolmente.splinder.com
Skipper: http://schoonerblog.splinder.com
Ariachiara : http://ariachiara.splinder.com/post/3919103
La Sirenetta: http://sirenetta.splinder.com
Cigale: http://www.cigale.splinder.com/1106807813#3919629
Spuma: http://spuma.splinder.com
Aizarg: http://marinacentro.splinder.com
Doug: http://random.iobloggo.com/archive.php?eid=2167037
Joy_lb: http://lafabbricadelleidee.splinder.com/1106694086#3909963
Kusanagi: http://lavitaenientaltro.splinder.com
Speedo: http://speedoblog.splinder.com/1106669510#3906384
Usermax: http://usermax.splinder.com/post/3921500
Bestio: http://www.bestio.splinder.com/1106733571#3911704

Foloreana: http://floreana2.splinder.com/1105975557#3842830 

Charlaile : http://eolo.splinder.com/1106817980#3920513

Florit: http://medicamenta.splinder.com/post/3916714

Monicaccianotti: http://menabrea.splinder.com/post/3918603

MyPam: http://mypam.splinder.com/post/3918965

Cuore di tenebra: http://cuoreditenebra.splinder.com

Vera Stazioncina: http://veradafne.splinder.com/post/3912541

P.S.V.: http://www.precipitandosivola.splinder.com/1106818578#3920597

Flor: http://maqrollilgabbiere.splinder.com

chatterbox: http://navigatricesolitaria.splinder.com

 

Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra.
Il treno viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti. Dalla feritoia, vedemmo sfilare le alte rupi pallide della Val d'Adige, gli ultimi nomi di città italiane. Passammo il Brennero alle dodici del secondo giorno, e tutti si alzarono in piedi, ma nessuno disse parola.
[...]
... e mi guardai intorno, e pensai quanti, fra quella povera polvere umana, sarebbero stati toccati dal destino.
Fra le quarantacinque persone del mio vagone, quattro soltanto hanno rivisto le loro case; e fu di gran lunga il vagone più fortunato.
[...]
Venne a un tratto lo scioglimento. La portiera fu aperta con fragore, il buio echeggiò di ordini stranieri, e di quei barbarici latrati dei tedeschi quando comandano, che sembrano dar vento a una rabbia di secoli.
[...]
In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora nè dopo: la notte li inghittì, puramente e sempicemente.
[...]
... sappiamo che nei campi rispettivamente di Buna-Monowitz e Birkenau, non entrarono, del nostro convoglio, che novantasei uomini e ventinove donne, e che di tutti gli altri, in numero di più di cinquecento, non uno era vivo due giorni più tardi.
[...]
Emersero invece nella luce dei fanali due drappelli di strani individui. Camminavano inquadrati, per tre, con un curioso passo impacciato, il capo spenzolato in avanti e le braccia rigide. In capo avevano un buffo berrettino, ed erano vestiti di una lunga palandrana a righe, che anche di notte e di lontano si indovinava sudicia e stracciata.
[...]
Noi ci guardavamo senza parola. Tutto era incomprensibile e folle, ma una cosa avevamo capito. Questa era la metamorfosi che ci attendeva. Domani anche noi saremmo diventati così.
[...]
Poi l'autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi.
[...]
Questo è l'inferno. Oggi ai nostri giorni, l'inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c'è un rubinetto che gocciola e l'acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti.
[...]
Entrano con violenza quattro con rasoi, pennelli e tosatrici, hanno pantaloni e giacche a righe, un numero cucito sul petto; forse sono della specie di quegli altri di stasera( stasera o ieri sera?)
[...]
Riceveremo scarpe e vestiti, no, non i nostri; ora siamo nudi perchè aspettiamo la doccia e la disinfezione, le quali avranno lugo subito dopo la sveglia, perchè in campo non si entra se non si è fatta la disinfezione.
[...]
Alla campana, si è sentito il campo buio ridestarsi. Improvvisamente l'acqua è scaturita bollente dalle docce, cinque minuti di beatitudine; ma subito dopo irrompono quattro (forse sono i barbieri) che, bagnati e fumanti, ci cacciano con urla e spintoni nella camera accanto, che è gelida; qui altra gente ci butta addosso non so che stracci, e ci schiaccia in mano un paio di scarpacce a suola di legno, non abbiamo tempo di comprendere e già ci troviamo all'aperto, sulla neve azzurra e gelida dell'alba, e scalzi e nudi, con tutto il corredo in mano...
[...]
Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato  levare lo sguardo l'uno sull'altro. Non c'è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera.
[...]
In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile.
[...]
Noi sappiamo che che in questo difficilmente saremo compresi, ed è un bene che così sia.
[...]
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poichè accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana: nel caso più fortunato, in base a un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine "Campo di annientamento", e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.

...ho imparato che io sono un Haftling. Il mio nome è 174 517.

(Primo levi - Se questo è un uomo - Einaudi, Torino, 1989)

--------------------------------------------------------

Per continuare a percorrere il sentiero della memoria:

Dolittle , Stufa, TheGattaTroppoditutto, Stepa, Barone
Menelao Etty,  AlpPattinandoOnelonleyknight, Virgo960 ,
Colfavoredellenebbie, Fiorile, BassistaMomi, 319,  
CaprettetibetaneCicabuCarnesalliHarmoniaLamSkipper,  
AriachiaraLaSirenettaCigaleSpumaAizargDougJoy_lb
KusanagiSpeedoUsermax BestioFloreana , CharlaileFlorit , 
Monicaccianotti, MyPamCuore di tenebraVera Stazioncina,  
P.S.V.,  FabasSthenDeedax SahishinTerra e Miraggi
ChatterboxBrainstormNicDwaRazy , Zaritmac .

scritto da usermax | 13:07 | commenti Torna in plancia


mercoledì, gennaio 26, 2005
 
  

IO NON DIMENTICO

 

Non dimenticare.

Perché non è così che si sana la ferita, non così la Vita rimargina il dolore per

l’immonda creazione di Morte che furono i Campi di Concentramento.

Il Ricordo è un’arma potente da tenere lucente e affilata, una lama che squarcia

qualunque vigliacco o incosciente tentativo di manipolazione o mistificazione della Storia.

La Conoscenza di quella realtà è una crescita evolutiva per le nostre coscienze,

la base per comprendere cosa l’uomo può fare e la misura del percorso evolutivo ancora da compiere.

Tutti siamo tentati di rispondere ad un bimbo che ci chiede se i mostri esistono, che sono solo frutto

della nostra fantasia, della paura;

Ma tutti coloro che hanno a cuore un bimbo, non lo lascerebbero mai indifeso e ignaro a percorrere

le strade della Vita.

Noi siamo responsabili in quanto appartenenti alla stessa specie, di quello che l’Umanità compie,

ed il Monito che la Storia ci offre è prezioso e restituisce ed amplifica il giusto tributo d’onore e rispetto

ai Martiri di quel epoca,  fino a giungere purtroppo a quelli di oggi.

Se avesse Voce il Ricordo per me sarebbe l’urlo delle madri a cui strappavano via i figli;

Se avesse Colore quel Ricordo sarebbe il grigio del cemento delle canne fumarie svettanti nei Lager

Se avesse Odore.. sarebbe quello che la Morte ha nei mattatoi a cielo aperto

Se avesse Tatto sarebbero le scanalature lasciate dalle unghie nelle docce a gas di Auschwitz ..

Perché resti solo un Ricordo

Non devi scordarlo Mai

Non sia Mai più Quello che è stato

E che sia Legge Uguale per Tutti

Senza distinzioni di Razza, Sesso, Età

È la Nostra Memoria

La Nostra Storia

La Nostra Vita

IO NON DIMENTICO

scritto da BESTIO | 23:26 | commenti (1) Torna in plancia


lunedì, gennaio 24, 2005
 

Tra le pagine di uno dei tanti libri presenti nella vasta biblioteca di casa, nella sezione che tratta gli orrori amplificati e gli orrori dimenticati della guerra e del dopoguerra del ‘45, mia madre conserva una lettera scritta per lei con una calligrafia elegante ed antica. A inviargliela, un’anziana, minuta e distinta signora austriaca che fino a pochi mesi fa è vissuta a pochi chilometri dalla nostra città e che per tantissimi anni ha percorso in lungo e in largo l’Italia nelle sale e nell’aula magna di ogni scuola di ordine e grado e gremite fino all’inverosimile col suo racconto semplice e drammatico di compagna di prigionia di Anna Frank e di ebrea sopravvissuta nel lager di Auschwitz.

Elisa Springer, spentasi in settembre, era nata a Vienna nel 1918 in una famiglia di commercianti ebrei di origine ungherese. A 26 anni sprofondò nell'abisso della follia nazista: per sfuggire all’ondata di persecuzione nazista contro gli ebrei d’Europa, si rifugiò con la sua famiglia in Italia nel 1940. Denunciata alle SS da una donna italiana, venne arrestata a Milano e deportata ad Auschwitz il 2 agosto 1944, patì i trasferimenti a Bergen Belsen, il campo dove Anna Frank trovò la morte, e poi Buchenwald e infine Theresin. Il campo di Theresin fu liberato dai russi solo tre giorni prima della data designata per la sua fine, e tornò a vivere in Italia. La sua vita si normalizzò col matrimonio e con la nascita di un figlio, e passò il resto della sua esistenza in un piccolo centro in provincia di Taranto. Per oltre 50 anni la sua storia è caduta nel silenzio assoluto: nessuno sapeva veramente di lei e del suo passato, e il numero A-24020 tatuato sull’avambraccio sinistro usava coprirlo con un piccolo cerotto, con la paura di sentirsi diversa, osservata da chi, non potendo comprendere a pieno il significato di quell'esperienza, rispondeva con scherno e indifferenza. Spinta dal figlio desideroso di capire, comprendere e conoscere, cominciò a dar voce al suo “silenzio” di dentro, alla sua sofferenza, al dramma umano dello spietato orrore nazista, e ritrovò piano le parole che sembravano perdute. Da quel momento in poi, si è dedicata a raccontare alle giovani generazioni ciò che accadde e che non dovrà accadere più. I ragazzi delle scuole usavano circondarla col loro silenzio attento ad ogni sfumatura della sua voce, timida e sofferente all’inizio e poi via via sempre più nitida e sicura, rafforzata da quella marea umana di giovani, dei suoi giovani “germogli del domani”, diceva, desiderosi di capire e di non dar più seguito a quella parte orrenda della storia:

“Oggi più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l'unico modo per sperare che quell'indicibile orrore non si ripeta, è l'unico modo per farci uscire dall'oscurità. E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch'io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere.
Un mondo in cui, uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola Libertà”


Le vicende e la dolcezza di Elisa Springer continueranno a colpirmi non soltanto per la sua instancabile opera di memoria della barbarie raccontata oltre che nei suoi due libri soprattutto nelle scuole, ma anche per l’universalità e la totale empatia della natura del dramma contro la dignità dell’uomo al di là di ogni fede e bandiera. La scrittrice viennese conobbe una signora di nome Helga Schneider nel corso di una conferenza. La madre l’aveva abbandonata all’età di cinque anni per farsi carnefice al servizio di Hitler e arruolarsi nelle SS, diventando prima ausiliaria e poi guardiana nei campi femminile di Ravensbruck e Auschwitz-Bierkenau. Sua zia invece era stata collaboratrice di Goebbles, braccio destro di Hitler. Le frequenti telefonate ricevute da Helga Schneider, che vive in Italia dal 1963 e autrice fra l’altro di due intensi memoriali editi da Adelphi (Il rogo di Berlino e il toccante Lasciami andare, madre), furono da lei sempre ben accolte. Così la lettera breve di mia madre, figlia di un deportato nelle foibe di cui non si è più saputo nulla: la risposta puntuale e immediata della Springer ci lasciò senza fiato e pieni di commozione, perché non fu mero racconto delle follie naziste contro gli ebrei, ma un’intensa comprensione di un dramma privato terribile quanto il suo, lei che viveva a pochi passi da noi e che aveva conosciuto orrori non diversi.

La Schneider, la Springer e mia madre: tre diverse risultanti senza colpa vittime parallele di crudeltà dettate dalla cultura dell’odio, vittime che tra loro hanno condiviso il silenzio annientante comunicando con lettere e con conversazioni al telefono che resteranno nella memoria.

Elisa Springer è stata autrice di un altro intenso libro di memorie: a Il silenzio dei vivi è seguita una sorta di naturale appendice dal titolo L’eco del silenzio: la Schoah raccontata ai giovani, pubblicato l’anno scorso sempre dalla casa editrice Marsilio e diventato un punto di riferimento prezioso nelle scuole per spiegare cosa fu l’Olocausto e per instillare nei figli del domani il coraggio e la forza di essere contro la violenza e la sopraffazione della cieca follia umana che distrugge l’uomo e che ne fa a pezzi la sua dignità. Entrambi i libri sono inni alla forza della vita, con parole scandite che non lasciano alcun spazio all'indifferenza. Due lucidissimi ricordi di una vita dominata dal silenzio, il proprio silenzio. E due libri toccanti e profondi che sono testimonianza di un passato da far conoscere, da non rimuovere mai, e che suona come una dolorosa eco delle follie del presente intriso di una cultura dell'odio non diversa raccontata in diretta mentre increduli e inorriditi accendiamo la nostra tv.

“1° novembre 1995: sono tornata ad Auschwitz.
Ho rivisto i reticolati, le torrette, quel che resta dei forni crematori e le baracche, dove ci raccoglievamo tremanti.
Ho risentito, nel silenzio assoluto di oggi, le voci e le invocazioni di ieri.
Ho capito che non bastano cinquant’anni, per cancellare il ricordo di un crimine così grande”.

http://www.ilibricheholetto.splinder.com/1096448688#3036255



sabato, gennaio 22, 2005
 
 Mi ha emozionato molto leggere i ricordi che Etty e Menelao, hanno lasciato nei commenti al mio post sullo zio Renato. Belli perchè sono storie di persone che non verranno mai citate sui libri di storia ma che hanno vissuto e fatto la storia, come diceva De Gregori. Quella parte di storia italiana che molti di noi si portano dentro per il dolore e per i valori che ne sono nati, difendendola dai revisionismi e dall'oblio. Quella storia che come dice giustamente Bassista, deve continuare a vivere nella memoria, attraverso la testimonianza che si tramanda, perchè solo così la possiamo difendere dalla nebbia che alcuni vorrebbero far calare sui distratti. E poi Monica, sempre nei commenti, mi ricorda che il 27 gennaio sarà la 5° giornata dedicata alla memoria dei tanti deportati nei campi di sterminio: ebrei, zingari e persone che si opponevano ad un regime di miseria terrore e di morte (e continuo a non citare a caso queste parole).  Così ho pensato che sarebbe stato bello, passeggiare virtualmente quel giorno nella memoria di ognuno di noi. Leggere storie, racconti o ricordi di quel periodo a cui ognuno di noi è legato in qualche modo. Non solo derivanti da un'esperienza o un racconto diretto, di famiglia, ma anche solo perchè le storie e i protagonisti incontrati magari per caso su un libro o su una targa commemorativa, ci hanno lasciato qualcosa dentro. Perchè sono storie nostre, realmente accadute qui in Italia. Ecco sarebbe bello se qualche blogger il 27 gennaio raccontasse il suo pezzettino di memoria sul suo blog e lo unisse con il leggero filo del link ad altri blog, fino a creare una catena o meglio un sentiero da percorrere, per chi non ha voglia di dimenticare. 
 

Vent'anni fa: Pippo Fava


Fa male. Fa ancora male pensare a Pippo Fava. Non ho mai scritto di lui, dopo la sua morte. Prima ho pubblicato soltanto un'intervista che a lui era molto piaciuta. Venne a prendere il giornale al mio ufficio.
di Ida Sconzo, pubblicato il 28 febbraio 2004 - 681 letture

Fa male. Fa ancora male pensare a Pippo Fava. Non ho mai scritto di lui, dopo la sua morte. Prima ho pubblicato soltanto un'intervista che a lui era molto piaciuta. Venne a prendere il giornale al mio ufficio. "Mi hanno detto che hai scritto cose bellissime su di me" mi disse, era contento e a me sembrava un miracolo che il mio grande direttore, il mito della mia adolescenza, fosse venuto di persona a chiedere il mio articolo.

Oggi posso dirlo: era "anche" il mio direttore. Anzi è stato il mio "unico" direttore, di tutti gli altri non mi è mai importato. Pippo Fava era un direttore diverso, anche da tutti gli altri giornalisti e da quelli che, sulla sua morte, hanno costruito carriere e successi. Nel nostro paese si usa odiare molto i vivi per poi amarli, mitizzarli, usarli, dopo la morte.

La verità ha sempre due facce, come tutte le medaglie. Solo con gli anni, le esperienze e le sofferenze, si impara che le persone che più ti amano sono le stesse che più ti fanno soffrire, che le cose più belle delle vita sono, al tempo stesso, le più difficili e così via.

Pippo, a differenza degli altri giornalisti catanesi, non pretendeva di essere chiamato "dottore" e nemmeno "direttore". Voleva che lo chiamassimo "Pippo" e fu la prima cosa "strana" che notai.

Io lo amavo, e scusate la prima persona, ma lo amavo da ragazzina, senza conoscere altro che i suoi articoli e la sua firma. Lo amavo già tantissimo e non sapevo com'era la sua faccia. Dopo vent'anni lo posso dire, senza paura di speculare sulla sua morte, di usare il suo nome per fare carriera. Lo amavo come tanti e Turi Ragonese, il fotoreporter che aveva lavorato in coppia con lui per tanti anni, diceva: "Siete tutti innamorati del direttore". Era vero.

Andai alla redazione del Giornale del Sud, il quotidiano che fondò e diresse prima de "I Siciliani", per offrire la mia collaborazione. Il giornale non usciva ancora. Venne ad aprirmi un tizio in jeans e maglione, capelli lunghi e barba, poi tornò a sedersi al centralino e armeggiare con il telefono. Mi chiese di fargli accendere una sigaretta senza filtro. Parlai con Giovanna Quasimodo che, dopo alcuni giorni, mi presentò al direttore: jeans, barba lunga e maglione rosso, credo.

Pippo riusciva a farsi amare da tutti. qualcuno si incazzava ma, il suo sguardo, al di sopra degli occhiali, era irresistibile. Veniva nella stanza della cronaca. Si sedeva di fronte a me, allungava i piedi sulla mia scrivania e mi chiedeva una sigaretta. Non ho mai più conosciuto un direttore così. Una volta comprai un vaso da fiori cinese, lo misi sulla sua scrivania. Ogni giorno rubavo un fiore, un fiore diverso, ai cancelli delle ville vicine. Forse non ha mai saputo che lo mettevo io.

Dopo ricordo la sera del 5 gennaio 1984. Ero incinta di sette mesi. Mia figlia non l'ha mai conosciuta. Turi Ragonese, che lo ha raggiunto da pochi mesi, rispose al telefono con la voce strozzata. In agenzia scelsi io le foto quella sera, le fotografie che gli aveva fatto un amico, dopo un torneo di tennis al circolo della Stampa. Stringeva in mano una coppa e rideva. Scelsi le foto da inviare all'ANSA e alle altre agenzie. Qualcuno era riuscito a rubare una foto sul tavolo dell'obitorio, ma nessuno la pubblicò.

Ricordo i funerali con poche persone. In tanti si tenevano alla larga, fuori dalla chiesa, in piazza della Guardia. Nessun politico, nessun rappresentante cittadino. Sono passati vent'anni e il dolore è uguale, e non ho voglia di scrivere di mafia, di azzardare teoremi. Vorrei soltanto dire che gli eroi morti non servono a nessuno e può sembrare vigliaccheria ma è amore. E' solamente amore.

 
scritto da elias | 17:18 | commenti (1) Torna in plancia


lunedì, dicembre 13, 2004
 
12 DICEMBRE : LA VERITA’ C'E’

Il 12 dicembre 1969, alle ore 16.30, la Banca Nazionale dell’Agricoltura sita in Piazza Fontana a Milano, è lacerata dallo scoppio di un ordigno che causa la morte di 16 persone e il ferimento di altre 88. Quello stesso giorno nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in Piazza della Scala, viene scoperta una bomba inesplosa. Sempre il 12 dicembre esplodono a Roma altri tre ordigni con un bilancio approssimativo di 17 feriti. Nelle ore successive agli attentati sono perquisite le sedi di tutte le organizzazioni anarchiche e dell’estrema sinistra, le quali porteranno agli arresti dei militanti del gruppo anarchico 22 Marzo tra le cui fila compaiono Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Pinelli morirà tre giorni più tardi cadendo da una finestra della questura di Milano, dove gli uomini del commissario Calabresi lo stavano interrogando. La sua morte verrà archiviata come un suicidio. Valpreda sarà invece riconosciuto come l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana sulla testimonianza di Mario Merlino e di un tassista semi alcolizzato che afferma di aver condotto personalmente il Valpreda sul luogo della strage.
Nel frattempo a Padova un commerciante dichiara ai Carabinieri che le borse degli attentati, alcune delle quali ritrovate ancora con le etichette del negozio, erano state vendute presso il suo esercizio la sera del 10 dicembre; il verbale della sua testimonianza è datato 15 dicembre 1969 ed è inviato il giorno stesso alla questura di Milano, di Roma e al Ministero degli Interni, ma qualcuno si occupa di farla sparire immediatamente. Alcuni anni più tardi viene accusato di “intralcio alla giustizia” il vice capo della Polizia di Milano Elvio Catenacci.

http://utenti.lycos.it/ANPI/arg12dicembre.htm



scritto da elias | 11:51 | commenti Torna in plancia


giovedì, novembre 18, 2004
 

Sacco e Vanzetti

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Esattamente 75 anni fa, il 23 agosto 1927, alle ore 0,19 veniva giustiziato sulla sedia elettrica Nicola Sacco. Alle 0,26 toccava a Bartolomeo Vanzetti subire lo stesso destino. Ma la storia di Sacco e Vanzetti, i due emigrati italiani accusati negli Stati Uniti di aver preso parte ad una rapina uccidendo un cassiere e una guardia nonostante le prove evidenti della loro innocenza, non si chiudeva con la loro esecuzione.

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MARTIRI RIABILITATI - Una storia di ordinaria ingiustizia, che divenne qualcosa di più grande e simbolico. Come lo stesso Bartolomeo Vanzetti comprese, quando rivolgendosi alla giuria che lo condannò alla pena di morte, disse: «Mai vivendo l'intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini». Il destino dei due anarchici italiani, capri espiatori di